RISONANZE Paesaggio calabrese

In her recent project Resonances (2014) Talini explores the authonomy of photographic language in new conditions.All photographic images take form in the relationship between time, light and subject matter. In these images this happens without using a traditional subject. In this case picture frames, mirrors or other wall hangings are missing, only their traces in subtle light and shadow remain on the walls of an old Florentine apartment. These images are similar to photographs of photographs, also known as Rayograms, where light radiation plays a central role and is intended to be a field of energy capable of impressing the form of spaces created by the shape of things. From the Absence of the traditional subject emerges a new subject made of ambiguous surfaces and space. The images contain both bidimentional and tridimentional qualities that create a type of photographic phenomenal transparency. This space is not exclusively an optical space: every image carries alternate meanings that invite the viewer to observe through different frames of mind one’s imagination, memory and identity.
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Nel recente progetto Risonanze (2014) Talini torna a parlare dell’autonomia del linguaggio fotografico con una nuova modalità. In questa serie di scatti il soggetto dell’immagine è l’espressione visibile di un lentissimo processo fotografico ormai giunto al termine. Come le immagini prendono forma in relazione a costanti rapporti fra tempo, luce e soggetto, gli spazi ritratti sono l’indice di un’azione invisibile nel suo farsi dove tutto è assente: energie sprigionate lentamente e assimilate nel corso di una vita dalle pareti di uno spazio ormai vuoto. Fotografie di fotografie (o rayogrammi) dove il ruolo centrale è giocato dalla radiazione luminosa intesa come un campo energetico capace di impressionare gli spazi con le forme delle cose. Come nel Rumore delle stagioni anche qui ritorna la presenza di una superfice sensibile, ma in questo caso l’artista si fa apparentemente da parte lasciando lavorare l’occhio meccanico in grado di superare le capacità visive dell’uomo. Emerge una visione nitida e distinta contrapposta all’opacità del lavoro sulle polaroid dove Talini interveniva aggiungendo o togliendo; qui le immagini sono trasparenti, rivelano una pienezza di dettagli sfuggiti allo sguardo ma non all’inconscio ottico dello strumento fotografico. Lo spazio si rende disponibile alla presenza della macchina fotografica nel momento più disatteso, quando oramai non c’è più niente da vedere. Da un presunto vuoto, osservato fotograficamente, emergono inaspettate incongruenze percettive, superfici mistificate e spazi prospettici. Bidimensionalità e tridimensionalità convergono in una rappresentazione intermedia dove trova conferma l’ambiguità della visione. Un inganno a cui la fotografia ci ha abituato, ma che costantemente lascia una sensazione di meraviglia. Questo luogo non è però solo uno spazio ottico: ogni scatto porta con sé un titolo carico di significato che induce a osservare dentro e fuori le diverse cornici attivando un meccanismo di immaginazione, ricordo e immedesimazione.

Martino Margheri