Pallone

Le Polaroid tratte dalle serie Il rumore delle stagioni e scattate tra la fine degli anni Ottanta e la prima metà degli anni Novanta, presentano un carattere di doppia istantaneità portato al massimo delle sue possibilità tecniche ed espressive. Da un punto di vista tecnico, infatti, l’uso della polaroid richiama il concetto d’immediatezza e spontaneità (lo scatto è subito disponibile dopo l’azione fotografica), sul piano espressivo, invece, l’intervento di scrittura sulla superficie di ogni fotografia rivela un processo rapido, ponendo l’attenzione su un’azione impulsiva avvenuta in un preciso istante. Tutti gli scatti, infatti, hanno subito un processo di trasformazione prima di raggiungere il loro sviluppo definitivo, nella fase in cui l’emulsione era ancora umida, attraverso l’uso di punte e strumenti diversi, Talini ne ha alterato i connotati, lavorando sulla perdita di definizione e leggibilità dell’immagine. Questo approccio alla produzione nega il problema della riproducibilità cui la fotografia è sempre stata esposta, ci confrontiamo con dei positivi non riproducibili in cui il lavoro gestuale contribuisce ad ampliare l’unicità dell’oggetto, inoltre, l’intervento sull’emulsione palesa la presenza dell’artista che si rende visibile, opacizza l’immagine togliendone verosimiglianza e spostandola su un piano temporale astratto. L’intervento sulla materia sensibile genera così uno slittamento di senso: i bordi delle figure si sfaldano perdendo la nitidezza tipica dello scatto fotografico e acquistano caratteri dinamici vicini alla pittura gestuale. Non siamo però davanti a immagini che tendono all’astrazione in cui il processo di elaborazione prevarica i soggetti ritratti, l’elusione dell’immagine conduce verso altri territori, amplifica i caratteri e le sensazioni di ogni scatto, ne dilata le suggestioni: le architetture, gli scorci, i personaggi si liquefanno sotto il caldo estivo o luccicano sotto le fredde luci invernali. I luoghi e i momenti di intimità diventano immediatamente la memoria di un tempo ciclico, lontano e vicino al contempo, di cui abbiamo coscienza solo grazie alle trasformazioni del mondo circostante. In queste polaroid il sempre presente fotografico si fonde con il tempo passato del gesto, la fotografia non è esclusivamente traccia di una relazione con il soggetto, è piuttosto l’incontro di tempi diversi (meccanici, naturali, dell’uomo) che costantemente ritornano sotto forma di un oggetto di memoria.

Martino Margheri