Sahsa intest

 

 

 

 

 

 Ablazioni

Ritratto di Vecchio Pescatore

Ritratto di Vecchio Pescatore

Dal dentista, ti sdrai, apri la bocca e ti fai frugare. Cerchi di muoverti il meno possibile: la paura del dolore è un ottimo paralizzante. Gli occhi circolano come zanzare, cercando un punto su cui poggiarsi per sopravvivere. Con i sensi amplificati, ascolti da dentro quei suoni intimidenti. In bocca, la percezione è espansa. E adesso che osservo queste mura spoglie, in questa casa che non ti contiene più, mi sento così, come dal dentista: volenterosamente immobile davanti al frugarmi della memoria. Gli spettri li rappresentiamo a volte come tracce. Creiamo fantasmi per dare forma alle paure. L’importante è non rimanere soli a sentire la cavità del nostro essere. E adesso, tornata a visitare la casa che un tempo ti conteneva, mi ha stordito non trovare tracce di te. Perché in assenza della persona, ci si accontenta delle sue tracce. E se non ci sono quelle, allora vanno bene anche i fantasmi. La scienza è fortunatamente sempre sbagliata a guardarla a ritroso, dal piedistallo del futuro. Così si sa, sono più di cinque i nostri sensi. E adesso, a muovermi tra questi segni, mi percepisco in dimensioni aggiuntive: alla tridimensionalità si aggiungono le memorie, il respiro e il senso della vita—tutto insieme, compatto. In spazi come questi viaggi su binari di lacrime che non escono e vagoni di pensieri che non possono più esprimersi. Sono le censure della sopravvivenza. E osservo, per digerire, per poter contenere l’esondazione di sentimenti e ricordi stipati nel pozzo del “non adesso, lasciamo stare”. E il bianco non è mai bianco. E la foto che scatto non è mai ciò che vedo. Ed è così che guardo adesso questo spazio che ti ha accolto disegnando senza strumenti, il tempo che sei stata. Le pareti delle mura come denti, i segni dell’ordinario stratificati come placca. Ed è tra i disegni del tempo che leggo la tua mancanza e mi accorgo che devo abituarmi ad un nuovo vuoto. E la vita provvederà ad impiantarmi il senso dell’ineluttabilità che andrà a saldarsi nella cavità del mio sentire. Anestetizzata, ascolto il trapano che incide la memoria e accolgo lo specchietto che m’indaga dentro. E a brandirmi dal turbamento, tiro fuori l’obiettivo della macchina fotografica, come spada, come appendice, come prolungamento del mio essere attraverso cui gestire la messa a fuoco della mia inconsistenza di fronte a ciò che deve necessariamente e lentamente svanire. Radiografie da poter leggere e rileggere, sotto altre luci, attraverso filtri emotivi con cui sperimentare la manipolazione del percepito. E fatta scorta di immagini da riguardare con distacco, finalmente ricomposta, con le labbra intorpidite, esco e ti saluto in silenzio. Cercando di scacciare il pensiero che ci saranno nuove sedute di igiene orale.